Il contesto in cui si danza spesso, ma non sempre, è quello del gruppo di sole donne ed anche ciò può rappresentare una risorsa terapeutica fondamentale.
“Danzare da sole” e “danzare tra donne” sono due esperienze molto diverse.
La forte coesione che si può sviluppare anche in gruppi corporei come quelli di danza orientale spesso si manifesta mediante la creazione di un “simbolo del gruppo” che può essere costituito ad esempio da un nome, da un rituale, da un saluto, da un applauso finale, ecc…
La disposizione in una forma circolare che unisce senza un inizio e senza una fine, consente di celebrare un femminile positivo, che può aiutare a superare il rifiuto totale o parziale del proprio genere sessuale, presente talvolta in alcuni momenti evolutivi o in alcune difficoltà psicologiche.
Il gruppo di danzatrici del ventre inoltre permette un naturale confronto sul femminile, senza dovere esprimere verbalmente l’argomento, offrendo un’ “area protetta” dove alcuni aspetti quotidianamente non svelati o non vissuti possono essere sperimentati, condivisi e rispecchiati reciprocamente.
Ciò assume un valore fondamentale soprattutto in momenti critici dell’evoluzione del “sé femminile”, quali la pubertà e l’adolescenza, ricchi di trasformazioni corporee (la comparsa del seno o l’arrotondamento dei fianchi) che possono così essere esplorate, elaborate e accettate con più facilità.
Un intervento evolutivo riconduce la danza del ventre nell’ambito delle cosiddette “danze educative” che possono sviluppare autoriflessioni che concorrono alla formazione della personalità e dell’identità.
Un altro momento del ciclo di vita in cui il gruppo di danza del ventre può diventare un gruppo importante psicologicamente è quello della “gravi-danza”; in tale momento esso infatti si presta per la condivisione di un altro aspetto peculiare della femminilità: la generatività. Attraverso la sperimentazione di movimenti morbidi, lenti e dolci, le future mamme entrano in contatto con i propri figli cominciando a cullarli con i loro movimenti che, allo stesso tempo, rendono più elastici alcuni muscoli coinvolti nel parto.
In questo modo si possono consolidare le basi della relazione madre-bambino e, allo stesso tempo, la danza del ventre può essere cominciata a pensare dalle gestanti come una risorsa per rimettersi in forma allegramente dopo il lieto evento. Questo può tornare utile per affrontare le difficoltà che possono nascere nel rapporto con il proprio corpo cambiato dalla gestazione, contribuendo a prevenire uno degli aspetti cognitivi che sembra contraddistinguere l’autopercezione corporea nella depressione post-partum.
La presenza del maschile di danzatori maschi (non sono rari i bravissimi insegnanti e ballerini di danza orientale!) può rappresentare un livello intermedio nel passaggio dall’espressione delle parti di Sé riscoperte solo tra donne.